C’è un momento in cui il mare smette di essere uno sfondo e diventa uno specchio. Lo sanno bene i ragazzi che stanno partecipando a Rotte di Crescita, un progetto che accompagna 35 giovani tra i 15 e i 34 anni in carico a comunità educative e centri diurni, in un percorso che usa la barca a vela come strumento trasformativo.
La velaterapia è una pratica di intervento psico-educativo e riabilitativo che utilizza la navigazione a vela in diversi contesti educatici e riabilitativi come strumento efficace con persone che vivono fragilità psicosociali, disabilità, dipendenze o situazioni di emarginazione.
Il suo principio fondamentale è semplice quanto potente: la barca a vela è un ambiente che obbliga alla relazione. Non si può navigare da soli, non si può ignorare chi è a bordo, non si può delegare: ogni membro dell’equipaggio conta, ogni ruolo è necessario. L’ambiente marino, imprevedibile e non negoziabile, rimette tutti sullo stesso piano e riduce le gerarchie sociali che spesso pesano sulle spalle di chi è cresciuto ai margini.
Rotte di crescita è realizzato da Nuovo Cortile come ente capofila insieme a Comunità Fraternità, Fondazione Eris, e Parrocchia San Giacinto di Brescia.
Il progetto è co-finanziato da Regione Lombardia attraverso il bando Giovani SMART – supportiamo il potenziale giovanile | Generazione Lombardia.
Un percorso in quattro tappe
L’attività è strutturata in quattro tappe consecutive, tutte egualmente importanti.
1. Prepararsi prima di salpare
Tutto inizia a terra, nei centri e nelle comunità coinvolte, con un percorso laboratoriale pensato per preparare i partecipanti all’esperienza che li attende. Non si parla solo di nodi marinari o di lessico velico ma prima di tutto di sé stessi. Il programma include attività di educazione emozionale, espressione corporea e relazionale, laboratori sulla convivenza e la collaborazione, un’introduzione teorico-pratica al mondo della vela (sicurezza, regole, terminologia) e corsi di nuoto. Circle time e testimonianze completano un percorso che, ancora prima di mettere piede su una barca, lavora su ciò che conta davvero: la fiducia, la comunicazione, la capacità di stare con gli altri.
2. In mare aperto
Il cuore del progetto è una settimana intensiva di navigazione: 10 giovani, 4 operatori educativi, una barca a vela. Spazi ristretti, ritmi condivisi, responsabilità concrete.
Navigare insieme significa imparare a comunicare anche quando si è stanchi o si ha paura, assumere un ruolo e rispettarlo, gestire il conflitto senza potersi allontanare. Significa fare i conti con la fatica, quella fisica e quella emotiva, e scoprire che ce la si fa.
L’esperienza promuove autonomia, cura delle relazioni e un contatto diretto con la natura che raramente la vita quotidiana in città riesce a offrire. Un’esperienza trasformativa, non convenzionale, che lavora sull’autoefficacia: su quella sensazione di “sono capace” che per tanti giovani in situazione di fragilità è difficile da raggiungere.
3. Raccontarsi per ritrovarsi
Tornati a terra, il viaggio non finisce. Anzi, in un certo senso, comincia un’altra navigazione: quella interiore.
Un percorso di rielaborazione narrativa e creativa multimediale attraverso scrittura, disegno, fotografia e video che accompagna i partecipanti nel rimettere a fuoco ciò che hanno vissuto. Gli incontri, svolti nei centri coinvolti, includono momenti di condivisione tra pari: uno spazio in cui riconoscersi, ascoltarsi, e scoprire nuovi modi di raccontare la propria storia.
4. Tornare con qualcosa da dire
Il progetto si chiude con un evento conclusivo di festa, aperto al territorio e alla comunità, presso l’Oratorio San Giacinto. Una mostra dei materiali prodotti, delle testimonianze, una restituzione di ciò che i ragazzi hanno da dire. Parallelamente, partono percorsi individuali di tutoring personalizzato per sostenere ciascuno nei passi successivi.
Qui condividiamo alcune immagini del viaggio in barca che si è svolto nelle scorse settimane, nell’attesa di raccontarvi i prossimi step del progetto.





