Fare per stare meglio: come il lavoro manuale diventa strumento di cura e inclusione

Marco Bonomi e Maria Franzè di Tecnica 38
Pubblicato il 02/07/2026

Dopo aver approfondito con Lara Palini il servizio Toc Tok di Brescia, conosciamo meglio Tecnica 38. Cos’è un laboratorio ergoterapico? Come si costruisce un percorso su misura? Quali attività vengono fatte concretamente e come si integrano con la dimensione espressiva e creativa? Quali sono i risultati attesi, e come le aziende possono usufruire di questo servizio? Sono le domande che abbiamo posto a Marco Bonomi e Maria Franzè, rispettivamente responsabile del servizio ed educatrice professionale.

L’esigenza di attivare un laboratorio ergoterapico di assemblaggio nasce dall’incontro di più bisogni clinici, educativi e sociali emersi soprattutto nel lavoro con persone inserite in percorsi riabilitativi. Nel tempo, abbiamo osservato che il solo intervento sanitario o psicoterapeutico non era sufficiente a sostenere un reale progetto di recupero e reinserimento.
Per questo motivo si è pensato ad uno spazio alternativo nel quale potersi sperimentare con obiettivi più pragmatici, quali riattivare capacità pratiche e cognitive, sperimentare continuità, responsabilità e rispetto dei tempi, recuperare fiducia nelle proprie competenze, vivere relazioni non esclusivamente “terapeutiche” ma orientate al fare, contrastare passività, isolamento e istituzionalizzazione.
L’attività di assemblaggio si presta particolarmente a questo scopo perché offre compiti strutturati e modulabili, possibilità di adattare la complessità alle capacità della persona, risultati visibili e immediati, una dimensione produttiva reale, ma protetta e ripetitività, rassicurante per utenti con fragilità psichica o cognitive.
Dal punto di vista terapeutico, l’ergoterapia consente di lavorare indirettamente su tolleranza alla frustrazione, gestione dell’ansia, regolazione emotiva, attenzione e concentrazione, organizzazione del comportamento, capacità di stare in gruppo, percezione di autoefficacia.
Successivamente, in maniera del tutto naturale, il laboratorio si è esteso anche a utenti fragili del territorio perché, quando un’esperienza funziona in ambito residenziale, emerge spesso la necessità di creare continuità esterna per persone dimesse dalle comunità, utenti dei servizi territoriali di salute mentale, persone con disabilità lieve, giovani NEET, soggetti in condizioni di marginalità sociale, persone con fragilità socioeconomiche o relazionali.
In questa seconda fase, il laboratorio assume anche una funzione comunitaria e preventiva poiché riduce isolamento e inattività, crea occasioni di socializzazione significativa, costruisce reti territoriali, offre spazi a bassa soglia, favorisce inclusione e cittadinanza attiva.
Diventa quindi un dispositivo “ponte” tra cura e vita quotidiana, assistenza e partecipazione sociale, fragilità e possibilità di ruolo.
L’esigenza nasce dalla quindi necessità di integrare la cura clinica con esperienze concrete di attivazione, contrastare passività e cronicizzazione, costruire percorsi graduali di autonomia, favorire inclusione sociale e lavorativa, offrire al territorio uno spazio protetto ma generativo, capace di trasformare il “fare insieme” in strumento terapeutico e sociale.

Si costruisce attraverso un modello flessibile, progressivo e multidimensionale, capace di mantenere una struttura comune ma con livelli differenti di accesso, obiettivi e intensità educativa.
Quando i destinatari sono molto diversi — utenti in doppia diagnosi, persone con fragilità psichiche, sociali o cognitive, utenti territoriali — il rischio è creare un’attività troppo generica oppure, al contrario, troppo specialistica. Per evitare questo, il laboratorio deve essere pensato come un sistema a “moduli”, non come un’attività unica uguale per tutti.
Per questo è necessario focalizzare l’attenzione sulle necessità reali dei fruitori e non sull’attività in sé. L’assemblaggio non è il fine: è il mezzo.
Prima di definire il laboratorio bisogna chiarire quali bisogni si intendono intercettare distringuendo tra bisogni clinico-riabilitativi (recupero di ritmi e routine, miglioramento attenzione e concentrazione, contenimento dell’ansia, regolazione comportamentale, tolleranza alla frustrazione), bisogni sociali (contrasto all’isolamento, appartenenza a un gruppo, costruzione di relazioni positive, inclusione territoriale) e bisogni educativi e occupazionali (acquisizione di competenze, puntualità e rispetto delle consegne, autonomia operativa, preparazione a contesti lavorativi protetti o ordinari)

La volontà è quella di non “uniformare” le persone ma cercare di costruire: una cornice comune, attività concrete, intensità differenziate, obiettivi personalizzati, possibilità evolutive.
In questo senso il laboratorio diventa non solo uno spazio occupazionale, ma un dispositivo di inclusione sociale progressiva, capace di accompagnare persone molto diverse lungo traiettorie possibili di autonomia, partecipazione e riconoscimento sociale.

Un laboratorio ergoterapico è uno spazio dove le persone partecipano ad attività pratiche e creative con lo scopo di stare meglio, recuperare fiducia in sé e migliorare le capacità utili nella vita di tutti i giorni. Non è una semplice attività ricreativa: ciò che si fa viene usato come strumento di aiuto, sostegno e riabilitazione.
In pratica, attraverso lavori manuali o attività organizzate, la persona viene aiutata a mantenersi attiva, sviluppare autonomia, migliorare la concentrazione, relazionarsi con gli altri e ritrovare sicurezza e motivazione.

L’idea di fondo è che “fare qualcosa con le mani e con la mente” possa avere un effetto positivo sul benessere personale, emotivo e sociale. Nel nostro Laboratorio ci occupiamo di assemblaggio, controllo qualità, smistamento pezzi, confezionamento di materiale cartografico e attività simili; ditte limitrofe “delocalizzano” una parte della loro produzione affidandola a noi e ai nostri ragazzi e ragazze. Le lavorazioni sono semplici e constano di pochi passaggi. Le mansioni vengono assegnate in modo graduale e personalizzato, tenendo conto delle capacità, delle difficoltà e degli obiettivi di ciascuna persona. L’obiettivo non è solo “produrre”, ma permettere a ogni partecipante di lavorare in sicurezza, sentirsi utile e migliorare autonomia, attenzione e fiducia in sé.

La nostra offerta prevede anche spazi espressivi di arte terapia, scrittura creativa e teatro terapia. Le attività manuali e operative favoriscono concentrazione, organizzazione, autonomia e capacità pratiche, mentre i momenti creativi permettono agli utenti di esprimere emozioni, vissuti e aspetti della propria identità attraverso linguaggi non giudicanti e personali. L’integrazione tra dimensione produttiva ed espressiva consente di valorizzare sia le competenze operative sia la creatività individuale, promuovendo autostima, partecipazione e relazione con il gruppo.
Il percorso viene modulato in base alle caratteristiche e alle fragilità di ciascun partecipante, alternando attività strutturate a momenti di libera espressione, in un contesto inclusivo e supportivo.

I servizi della cooperativa lavorano in modo collegato, confrontandosi costantemente sui bisogni delle persone e costruendo insieme i progetti più adatti a ciascuno. Quando durante il percorso emergono nuove necessità o opportunità, gli utenti possono essere accompagnati da un servizio all’altro in modo naturale e condiviso: ad esempio dal centro diurno al supporto psicoterapeutico, oppure ai laboratori occupazionali per sperimentarsi in attività pratiche, acquisire autonomia e rafforzare la fiducia in sé.
Questo scambio continuo tra educatori, psicoterapeuti e operatori dei laboratori permette di offrire alle persone un percorso coerente, stabile e costruito attorno alla persona, valorizzandone tempi, risorse e potenzialità. Fondamentalmente, nel momento in cui emerge un bisogno “particolare”, i coordinatori e/o i referenti educativi dei tre servizi segnalano la situazione alla struttura maggiormente rispondente alla criticità riscontrata, organizzano un incontro nel quale presentare il caso e le sue peculiarità e ipotizzare eventuali progettualità condivise e, in un secondo momento, una visita al servizio con l’utente per dargli la possibilità di conoscere gli operatori e gli spazi nei quali potrebbe iniziare un nuovo percorso. Data la trasversalità del progetto, si mantengono rapporti di aggiornamento e, all’occorrenza, momenti di verifica per monitorare la situazione e confermare o, eventualmente, rimodulare l’intervento in base alle priorità riscontrate in itinere.
La forza della sinergia tra i tre servizi educativi e psicoeducativi della cooperativa risiede nel dialogo costante, nello scambio di competenze, nel confronto multidisciplinare e nell’attenzione condivisa alla persona presa in carico.

Un laboratorio ergoterapico di assemblaggio può favorire la creazione di opportunità lavorative attraverso un percorso graduale che accompagna la persona dal contesto protetto del laboratorio verso esperienze sempre più vicine al mondo del lavoro reale. Il primo passaggio consiste nell’osservare e valorizzare le capacità della persona, individuando abilità manuali, tempi di attenzione, autonomia e modalità relazionali. Attraverso attività pratiche e ripetute gli utenti acquisiscono progressivamente maggiore sicurezza, imparano a rispettare semplici regole organizzative e sviluppano competenze utili come puntualità, collaborazione e gestione dei compiti.
Con il tempo il laboratorio può diventare uno spazio di preparazione concreta al lavoro, in cui le attività vengono strutturate in modo sempre più simile a piccoli processi produttivi reali. Questo permette agli operatori di comprendere quali mansioni siano più adatte a ciascun utente e quali obiettivi possano essere realisticamente raggiunti.
Successivamente possono essere attivati percorsi esterni come tirocini, borse lavoro o collaborazioni con cooperative sociali e realtà del territorio. In questa fase il passaggio avviene in modo graduale e supportato, mantenendo un accompagnamento educativo che aiuti la persona a gestire responsabilità, relazioni e difficoltà legate al nuovo contesto.
Il laboratorio, quindi, non si limita a offrire un’attività occupazionale, ma costruisce passo dopo passo condizioni concrete di inclusione lavorativa, aiutando la persona a riconoscere le proprie capacità e a trasformarle in possibilità reali di partecipazione sociale e professionale.

In un laboratorio ergoterapico orientato al benessere, il “successo” non si misura con risultati produttivi o con l’inserimento lavorativo, ma con piccoli cambiamenti concreti nella qualità della vita quotidiana della persona.
Si osserva, ad esempio, se la persona riesce a partecipare con maggiore continuità alle attività, se nel tempo mostra più regolarità nella presenza e nella routine, oppure se riesce a sostenere i compiti con minore fatica e maggiore autonomia. Un altro indicatore importante è il livello di coinvolgimento: non solo “fare l’attività”, ma farla con interesse, attenzione e senso di partecipazione.
Un aspetto centrale riguarda le relazioni. Il successo si vede nella capacità di stare nel gruppo con maggiore serenità, di interagire con gli altri, di collaborare anche in piccole cose e di ridurre isolamento o chiusura. Anche semplici segnali come parlare di più, chiedere aiuto o partecipare ai momenti condivisi sono considerati progressi significativi.
Infine, il successo viene valutato in modo globale dagli operatori attraverso osservazioni nel tempo, confronti in équipe e obiettivi personalizzati. Non si tratta quindi di una misura unica o numerica, ma di un miglioramento progressivo dell’equilibrio tra autonomia, relazione e benessere.

La filosofia delle aziende che affidano parte della loro produzione a laboratori con utenti fragili si basa su un’idea di impresa che non si limita al profitto, ma include anche una responsabilità sociale. In questi casi la produzione diventa uno strumento per creare valore non solo economico, ma anche umano e sociale. L’azienda sceglie di collaborare con laboratori protetti perché riconosce il valore del lavoro svolto in contesti inclusivi, dove persone con fragilità possono contribuire in modo concreto ad attività
semplici ma reali, come assemblaggio, confezionamento o piccole lavorazioni. Questo tipo di collaborazione permette di mantenere standard produttivi affidabili, ma allo stesso tempo sostiene percorsi di dignità, partecipazione e inclusione.
Alla base c’è l’idea che anche attività apparentemente semplici abbiano un valore se svolte con continuità, cura e organizzazione, e che possano diventare occasione di crescita personale per gli utenti coinvolti. Il lavoro non è quindi solo “esternalizzato”, ma inserito in una rete di collaborazione in cui il laboratorio è riconosciuto come parte attiva del processo produttivo.